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Una scoreggia può contaminare una sala operatoria?

Dalla domanda imbarazzante di un’infermiera alle mutande “intelligenti” che rilevano le flatulenze: la scienza, sorprendentemente seria, dei gas intestinali

Tutto è iniziato, come spesso accade nella più bizzarra delle scienze, con una domanda troppo schietta per essere formulata in buona compagnia. Un’infermiera voleva sapere: emettere gas intestinali in una sala operatoria potrebbe effettivamente contaminarla?

Per quanto possa sembrare ridicolo, non si tratta di una preoccupazione banale. Le sale operatorie sono soggette a rigidi protocolli di sterilità: ogni superficie, strumento e persona presente nella stanza è considerata un potenziale vettore di infezione. I chirurghi indossano mascherine, camici, guanti e cuffie proprio per questo motivo. Cosa succede quindi quando qualcuno emette silenziosamente un gas sopra una ferita aperta?

Un esperimento che nessuno si sarebbe aspettato

Come spiegato qui, nel 2001 il divulgatore scientifico australiano Dr. Karl Kruszelnicki e il microbiologo Luke Tennent decisero di scoprirlo. Il loro metodo era affascinante nella sua semplicità: a un collega è stato chiesto di emettere gas direttamente su due piastre di Petri da una distanza di circa cinque centimetri — una volta completamente vestito e una volta senza pantaloni.

I risultati sono apparsi nel numero natalizio del 2001 del BMJ con il titolo “Aria Calda?” L’esposizione senza indumenti ha prodotto due tipi di batteri — organismi tipicamente presenti nell’intestino e sulla pelle. L’esposizione con i vestiti non ha fatto crescere nulla, suggerendo che anche il tessuto comune è un efficace filtro microbico.

La conclusione dei ricercatori è stata misurata: le flatulenze possono trasportare batteri quando la fonte è senza filtri, ma gli organismi coinvolti non rappresentano un pericolo reale — sono sostanzialmente simili ai batteri benefici presenti nello yogurt probiotico. Il loro consiglio pratico è stato altrettanto sobrio: evitare di emettere gas da nudi vicino al cibo. Una guida saggia, tutto sommato.

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Più di una semplice battuta

Nessuno dovrebbe scambiare un esperimento con due piastre di Petri per una prova clinica definitiva. Si è trattato di un’osservazione scherzosa, non di uno studio rigorosamente controllato. Ma la domanda che ha sollevato — perché sappiamo così poco di qualcosa che ogni essere umano fa più volte al giorno? — merita di essere presa sul serio.

La flatulenza si trova in una peculiare terra di nessuno culturale. È universale, fisiologicamente significativo e quasi del tutto ignorato dalla società ben educata. Quel tabù sociale, però, non rende le scoregge biologicamente inerti. Fingere che non esistano non elimina i rischi che potrebbero comportare.

Dal punto di vista chimico, il gas intestinale è composto in gran parte da composti inodori: azoto, anidride carbonica, idrogeno, metano e ossigeno rappresentano oltre il 99% del suo volume. L’odore caratteristico deriva da una piccola frazione di composti in tracce contenenti zolfo prodotti dalla decomposizione del cibo da parte dei batteri intestinali. Il gas, in altre parole, è per lo più solo gas.

Detto questo, una comunicazione del 2020 ha sollevato la possibilità che le flatulenze che attraversano gli indumenti e l’aria sopra i WC dopo la defecazione possano trasportare batteri enterici — potenzialmente rilevanti per la trasmissione di malattie oro-fecali. La ricerca ha utilizzato i batteri come modello surrogato e non è riuscita a dimostrare la diffusione virale diretta, quindi offre un indizio piuttosto che una conclusione definitiva.

Una revisione del 2023 ha confermato che il gas intestinale è un prodotto della fermentazione microbica, con composti maleodoranti che rappresentano ben meno dell’1% del volume totale — ma anche questa ha eluso direttamente la questione dell’infezione.

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Un campo che richiede attenzione

La flatulenza rimane uno degli argomenti più trascurati in medicina. È importante dal punto di vista fisiologico — la produzione di gas intestinali riflette l’attività del microbioma, la qualità della dieta e la salute dell’apparato digerente — eppure è davvero difficile da studiare. È difficile da misurare, imbarazzante da menzionare nelle domande di finanziamento e non è esattamente l’argomento che attira finanziamenti prestigiosi.

Ma le cose potrebbero cambiare lentamente. I ricercatori dell’Università del Maryland hanno sviluppato un sensore indossabile, soprannominato scherzosamente “Smart Underwear”, in grado di rilevare l’idrogeno nei gas intestinali durante la vita quotidiana. Il dispositivo cattura ciò che le cliniche non riescono a rilevare: il comportamento intestinale nel mondo reale, piuttosto che istantanee artificiali scattate in un ambiente medico.

Vale la pena sottolineare l’importanza dell’idrogeno. Viene prodotto dai microbi intestinali durante la fermentazione ed espulso sia attraverso il respiro che attraverso la flatulenza — ma i gas intestinali ne contengono concentrazioni molto più elevate, rendendoli un indicatore più sensibile dell’attività microbica. Lo stesso team ha lanciato l’Human Flatus Atlas, un progetto ambizioso per mappare i modelli di flatulenza in un’ampia popolazione e metterli in relazione con la dieta e la composizione del microbioma. La logica è semplice: i ricercatori non possono identificare ciò che è anormale finché non sanno come si presenta effettivamente la normalità.

Il verdetto

Le scoregge non sono perfettamente sterili in tutte le condizioni, ma il gas in sé ha probabilmente un ruolo secondario nel rischio microbico. Quando la contaminazione è un problema, è più probabile che provenga da particelle o batteri staccatisi dalla pelle vicino alla fonte piuttosto che dal gas stesso. Ecco perché, come ha silenziosamente dimostrato lo studio del 2001, l’abbigliamento fa una differenza significativa.

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La conclusione più ampia potrebbe essere questa: le funzioni corporee che troviamo imbarazzanti non sono esenti dal vaglio scientifico. Anzi, forse meritano ancora di più di esserlo. Abbiamo mappato il genoma umano. Abbiamo ripreso immagini dei buchi neri. Eppure non abbiamo ancora un dato di riferimento solido su quante scoregge emetta in media una persona sana al giorno.

Probabilmente è ora di rimediare.

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