Perché lo sguardo fisso di un robot non significa nulla per un bambino di 3 anni — e cosa comporta questo per l’intelligenza artificiale
Un nuovo studio internazionale dimostra che i bambini di appena 3 anni sono in grado di dedurre i desideri di una persona dal suo sguardo, ma non applicano questa intuizione ai robot umanoidi. Questi risultati mettono in discussione il modo in cui vengono progettati i sistemi di intelligenza artificiale destinati ai bambini.
I bambini sono straordinariamente bravi a interpretare le persone. All’età di 3 anni, un bambino può osservare un adulto che lancia uno sguardo a un oggetto e dedurre silenziosamente: quella persona lo vuole. Ma se si dirigono gli occhi di un robot verso lo stesso oggetto, tale deduzione scompare del tutto. Questa è la conclusione principale di uno studio pubblicato sull’International Journal of Child-Computer Interaction, condotto dalla professoressa Antonella Marchetti, direttrice del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica e del CERITOM (Centro di Ricerca sulla Teoria della Mente e le Competenze Sociali nel Ciclo di Vita), in collaborazione con ricercatori di Tokyo, Osaka e i colleghi Davide Massaro, Cinzia Di Dio e Federico Manzi.
Lo studio
Come spiegato qui, a cinquantotto bambini italiani di età compresa tra i 3 e i 5 anni sono stati mostrati dei video in cui una persona o un robot umanoide guardava uno di due oggetti. I ricercatori hanno poi chiesto ai bambini quale oggetto preferisse il soggetto e, separatamente, quale oggetto preferissero loro stessi.
Il quadro era chiaro. Quando un essere umano guardava un oggetto, i bambini deducevano sistematicamente che alla persona piacesse, utilizzando lo sguardo come una finestra su stati mentali quali il desiderio e l’intenzione. Quando un robot compiva la stessa azione, i bambini non facevano alcuna deduzione del genere. Lo sguardo veniva percepito come un movimento, non come un significato.
È degno di nota il fatto che né lo sguardo umano né quello del robot abbiano modificato le preferenze dei bambini stessi. Lo sguardo ha aiutato i bambini a comprendere ciò che un altro soggetto potesse desiderare, ma non li ha spinti a desiderare la stessa cosa.
Perché lo sguardo funziona per gli esseri umani ma non per i robot
Il meccanismo alla base affonda le sue radici nel modo in cui i bambini sviluppano una teoria della mente — la comprensione che gli altri esseri hanno una vita mentale interiore. I bambini cercano istintivamente una mente dietro gli occhi umani. Quando vedono una persona guardare qualcosa, vi leggono un’intenzionalità.
Lo sguardo fisso di un robot, anche se fisicamente identico, non innesca lo stesso processo interpretativo. I bambini lo trattano come un evento meccanico piuttosto che come un atto comunicativo. Lo studio ha inoltre rilevato che la capacità dei bambini di attribuire stati mentali agli esseri umani — ma non ai robot — era un indicatore significativo di un’attribuzione accurata delle preferenze, mentre le prestazioni in compiti di falsa credenza non mostravano tale collegamento. Ciò suggerisce che l’interpretazione dei segnali basati sullo sguardo si basa su processi socio-cognitivi distinti dal ragionamento esplicito sulle credenze.
Cosa significa questo per la progettazione dei robot
La professoressa Marchetti tiene a precisare che i risultati non sminuiscono il ruolo potenziale dei robot nell’istruzione o nello sviluppo sociale. Ciò che rivelano è un difetto di progettazione nel modo in cui molti sistemi robotici affrontano la comunicazione: “Programmare semplicemente un robot per imitare un segnale umano isolato come lo sguardo non è sufficiente a renderlo veramente comunicativo agli occhi di un bambino”.
Un’interazione efficace tra bambino e robot, sostiene, richiede un coinvolgimento più ricco e stratificato — che combini linguaggio parlato, gesti fisici, reciprocità, contesto condiviso e presenza costante. Lo stesso principio si applica all’IA in senso più ampio. L’IA basata sul testo o solo vocale può essere sufficiente per molti compiti degli adulti, ma per i bambini la comunicazione è profondamente integrata in sistemi fisici. La presenza e il contesto condiviso contano.
Ciò punta verso il campo in crescita dell’embodied AI — l’intelligenza artificiale integrata in sistemi fisici e interattivi. I robot sociali umanoidi rappresentano una delle espressioni più complete di questo approccio e potrebbero essere il veicolo necessario per aiutare i bambini ad attribuire stati mentali autentici alla tecnologia.
Implicazioni per gli interventi nell’ambito dello spettro autistico
I risultati rivestono particolare importanza per le applicazioni cliniche. L’attenzione condivisa e l’interpretazione dello sguardo sono dimensioni fondamentali dello sviluppo sociale precoce — e possono essere particolarmente vulnerabili nei bambini con disturbi dello spettro autistico.
I ricercatori stanno esplorando sempre più i robot umanoidi come strumenti di riabilitazione proprio per queste abilità. Comprendere esattamente come — e quando — un bambino interpreta lo sguardo di un robot come intenzionale è essenziale per progettare interventi efficaci e sensibili.
Sulla base di questa ricerca, nel giugno 2026 prenderà il via il progetto ROBIN (ROBot-based Neuropsychomotor INtervention to promote imitation skills in young children with autism spectrum disorder), finanziato dal Ministero della Salute italiano. Guidato dalla Fondazione Don Carlo Gnocchi e dal CERITOM dell’Università Cattolica, ROBIN utilizzerà robot umanoidi per sostenere le capacità di imitazione e lo sviluppo socio-comunicativo nei bambini piccoli con autismo, con un’attenzione specifica su come i bambini interpretano e rispondono allo sguardo robotico.
C’è qualcosa di silenziosamente profondo nel rifiuto di un bambino di tre anni di vedere una mente dietro gli occhi di un robot. A quanto pare, i bambini sono più perspicaci di quanto pensassimo: non si lasciano ingannare dalle imitazioni superficiali, ma cercano istintivamente qualcosa di più profondo. Per gli sviluppatori di IA, quell’intuizione non è un ostacolo da superare, ma uno standard da raggiungere.
Ricerca originale: Manzi F., Ishikawa M., Di Dio C., Itakura S., Kanda T., Ishiguro H., Massaro D., & Marchetti A. (2026). I bambini in età prescolare attribuiscono preferenze in risposta allo sguardo umano ma non a quello robotico. International Journal of Child-Computer Interaction. DOI: 10.1016/j.ijcci.2026.100822. Fonte: Università Cattolica del Sacro Cuore

