Il lavoro come lo conosciamo è già finito

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Curriculum filtrati dall’IA, annunci fantasma, stipendi da sopravvivenza e competenze richieste per mestieri che non le richiedono: il mercato del lavoro è diventato una finzione condivisa

C’è una pantomima che si ripete ogni giorno, milioni di volte. Da una parte, un candidato che affina il curriculum, sceglie ogni parola, sistema ogni virgola. Dall’altra, un algoritmo che lo scarta in 0,3 secondi perché ha scritto “ho risolto problemi quotidiani sul posto di lavoro” invece di “problem solving”.

Nessuno dei due sa davvero cosa sta cercando l’altro. E spesso, in fondo, nemmeno l’azienda lo sa.

Il colloquio come teatro

I colloqui di lavoro stanno perdendo qualsiasi attinenza con la realtà. I selezionatori pongono domande di cui conoscono già le risposte attese, i candidati recitano quelle risposte sapendo di farlo, e tutti fanno finta che l’obiettivo sia trovare la persona giusta per il ruolo giusto. Ma l’obiettivo, quasi sempre, è un altro: il guadagno — per l’azienda, per l’agenzia di selezione, a volte per entrambe.

Se a questo aggiungiamo che, ancor prima del colloquio, il curriculum viene filtrato da sistemi automatizzati — i cosiddetti Applicant Tracking Systems — allora il distacco dalla realtà diventa abissale. Un’indagine su mille candidati americani ha rilevato che la grande maggioranza delle candidature viene scartata da software prima che qualsiasi essere umano le veda. Il candidato non ottimizza più il proprio profilo professionale: impara a ragionare come un algoritmo. E così il curriculum cessa di essere un ritratto di sé stessi e diventa un documento progettato per passare un filtro.

Gli annunci fantasma e l’illusione dell’abbondanza

Ma c’è un problema ancora più radicale: molti annunci di lavoro non corrispondono a posizioni reali. I cosiddetti ghost job (lavori fantasma) — annunci pubblicati senza una reale intenzione di assumere — servono a raccogliere dati, a monitorare il mercato, a tenere aperto un canale di candidature “per ogni evenienza”. Il risultato è una falsa percezione: sembra esserci molto più lavoro di quello che effettivamente esiste.

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E anche quando il lavoro c’è davvero, bisogna chiedersi: è davvero lavoro? Una posizione che non permette il proprio sostentamento — che non consente di pagare l’affitto, il cibo, le spese di base — non è un lavoro: è una forma di sussistenza mascherata da impiego. Se eliminassimo dall’equazione tutti i lavori sottopagati e precari, la quantità di occupazione reale si ridurrebbe drasticamente.

La trappola della povertà che preclude l’accesso al lavoro

C’è poi una contraddizione che raramente viene nominata: per cercare lavoro, bisogna già avere risorse. Serve un’automobile per il colloquio e il lavoro, un computer per candidarsi online, uno smartphone per essere reperibili, un indirizzo stabile. Chi è in difficoltà economica si trova così in una paradossale trappola: non ha lavoro perché non ha i mezzi, e non ha i mezzi perché non ha lavoro.

Nei decenni passati non si sono prese misure strutturali per adattare il lavoro alla vita reale: riduzione delle ore settimanali, aumento dei salari minimi, politiche contro il burnout. Si è preferito lasciare che il mercato si autoregolasse, e il mercato ha scelto di scaricare il costo sui lavoratori.

L’elefante nella stanza: l’intelligenza artificiale e la robotica

Eppure il problema più grande rimane largamente sottovalutato. L’intelligenza artificiale e la robotica stanno già ridisegnando il mercato del lavoro — non in un futuro lontano, ma adesso. Il Boston Consulting Group ha stimato che nei prossimi cinque anni potrebbero sparire tra il 10% e il 15% dei posti di lavoro negli Stati Uniti, colpendo tra i 17 e i 25 milioni di persone.

Elon Musk ha recentemente proposto un “Universal High Income” — un reddito universale non di sussistenza, ma di benessere — come risposta all’ondata di disoccupazione tecnologica. L’idea è che l’IA e la robotica produrranno beni e servizi in abbondanza tale da far crollare il costo della vita, rendendo anche un assegno mensile modesto sufficiente per vivere bene. Una prospettiva affascinante, ma che presuppone una redistribuzione equa dei guadagni — cosa che, come ci ricorda la storia economica degli ultimi cinquant’anni, non avviene automaticamente.

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Ricercatori più cauti sottolineano che la priorità dovrebbe essere la riqualificazione professionale, non il sussidio: dare alle persone gli strumenti per adattarsi, non solo un assegno per sopravvivere. È una posizione comprensibile, ma che nasconde diverse insidie.

La prima è che non tutti possono riqualificarsi per qualsiasi lavoro. Le competenze non sono infinitamente trasferibili: un operaio di cinquant’anni, un lavoratore con difficoltà cognitive, chi non ha mai avuto accesso a una formazione solida — non possono semplicemente “aggiornarsi” e diventare analisti di dati o tecnici informatici. Esiste una diversità umana reale che il mercato del lavoro continua a ignorare.

La seconda è il tempo. La formazione richiede mesi, spesso anni. Nel frattempo, le persone devono mangiare, pagare l’affitto, mandare avanti una famiglia. Non esiste una pausa ufficiale tra “il tuo lavoro è stato automatizzato” e “sei pronto per il prossimo”.

La terza, forse la più trascurata, è che non si può chiedere alle persone di reinventarsi continuamente per inseguire un mercato che cambia più velocemente di quanto un essere umano possa adattarsi. Il lavoro non è solo una fonte di reddito: è identità, routine, relazioni sociali. Chiedere a qualcuno di ricominciare da zero ogni cinque anni non è flessibilità — è precarietà mascherata da opportunità.

La competenza come filtro ideologico

Nel frattempo, si moltiplicano le richieste di competenze per posizioni che non le richiederebbero affatto. Lavori manuali o di routine per cui viene richiesta la laurea. Posizioni entry-level per cui si esigono anni di esperienza. Mansioni semplici per cui si pretende la conoscenza di sei software diversi. Non si tratta di reale necessità: si tratta di un ulteriore filtro, spesso inconsapevole, che esclude chi non ha avuto accesso a certi percorsi formativi e alimenta una narrativa colpevolizzante — “se non hai lavoro, è perché non hai le competenze giuste”.

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È una narrativa comoda, perché sposta la responsabilità sull’individuo e alleggerisce le istituzioni dal compito di costruire un sistema più equo.

Smettere di fingere

Il mercato del lavoro come lo conosciamo si regge su una serie di finzioni condivise: che il curriculum rispecchi la persona, che il colloquio valuti il talento, che gli annunci corrispondano a lavori reali, che chiunque voglia lavorare possa farlo. Smontare queste finzioni non è nichilismo: è il primo passo per costruire qualcosa di più onesto.

Perché finché continuiamo a fare finta che il sistema funzioni, non avremo nessun incentivo a cambiarlo. E nel frattempo, gli algoritmi continuano a scartare curriculum perfettamente buoni, e milioni di persone continuano a credere che il problema siano loro.

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