Come un reperto museale e la chimica moderna hanno rivelato un antico segreto medicinale — e il suo inaspettato legame con la medicina contemporanea
I medici romani erano straordinariamente creativi nel reperire ingredienti medicinali, attingendo da una gamma di prodotti farmacologici insolita che comprendeva feci di iene, coccodrilli e, a quanto pare, anche di esseri umani. I ricercatori hanno ora scoperto la prima prova chimica diretta dell’uso di escrementi umani nelle formulazioni farmaceutiche romane, segnando un intrigante punto di incontro tra la pratica antica e la scienza moderna.
Una scoperta sorprendente in una collezione museale
Come riportato in questo articolo, la scoperta è arrivata da una fonte inaspettata: un banale recipiente di vetro che raccoglieva polvere in un museo. Cenker Atila, archeologo dell’Università Cumhuriyet di Sivas, ha individuato un unguentarium — un delicato contenitore a forma di candelabro originariamente destinato a profumi e oli — mentre catalogava gli oggetti del Museo di Bergama. Risalente al II secolo d.C. e sigillato con argilla, il recipiente conteneva misteriosi residui che richiedevano un’analisi chimica.

L’identificazione dell’antico rimedio
La collaborazione con İlker Demirbolat dell’Università Kent di Istanbul si è rivelata fondamentale. Utilizzando la gascromatografia e la spettrometria di massa, Demirbolat ha identificato nel residuo il coprostanolo e il 24-etilcoprostanolo, due marcatori chimici distintivi delle feci umane. Il rapporto tra questi biomarcatori ha confermato l’inconfondibile impronta dei residui digestivi umani. È interessante notare che i ricercatori hanno rilevato anche il carvacrolo, un composto pungente responsabile delle proprietà aromatiche del timo e dell’origano, il che suggerisce che queste erbe fossero state aggiunte deliberatamente per mascherare la natura sgradevole del preparato.
Un collegamento con l’antica autorità medica
Il profilo chimico corrispondeva perfettamente alla pratica medica documentata. Secondo il team, la formulazione corrispondeva alle prescrizioni di Galeno (circa 129–216 d.C.), l’influente medico greco che esercitava a Pergamo — l’antico nome di Bergama. È degno di nota il fatto che questa scoperta collochi il vaso nell’orbita sia geografica che temporale di una delle figure mediche più celebri dell’antichità, rendendo il ritrovamento particolarmente avvincente dal punto di vista storico.
Sebbene gli scritti di Galeno facciano riferimento principalmente a rimedi escretori di origine animale, un passaggio raccomanda specificamente le feci umane di bambini alimentati con diete particolari — una prescrizione che trova riscontro in questa scoperta archeologica.
Un parallelo con la medicina moderna
I ricercatori tracciano un intrigante parallelo con l’odierno trapianto di microbiota fecale (FMT), una procedura clinica moderna in cui il materiale fecale proveniente da donatori sani ripristina la flora intestinale compromessa nei pazienti malati. Sebbene separati da quasi due millenni, entrambi gli approcci sfruttano il potenziale terapeutico degli escrementi umani, suggerendo che i medici antichi potessero aver intuito ciò che la medicina moderna ora comprende a livello microbico.
Prospettiva accademica e contesto più ampio
Kassandra Miller, classicista del Colby College non coinvolta nella ricerca, definisce il lavoro «entusiasmante» e osserva che i poeti romani, tra cui Orazio, documentarono l’uso di ingredienti fecali nelle preparazioni cosmetiche. Tuttavia, esorta alla cautela nel dare un’interpretazione eccessiva dei risultati, sottolineando che i medici antichi potrebbero aver prescritto tali rimedi sulla base di una tradizione ereditata piuttosto che di una teoria medica unificata.
Miller sottolinea un importante contesto storico: la pratica è del tutto antecedente alla medicina romana. La «dreckapotheke» (in tedesco «farmacia della sporcizia») fiorì nell’antica Mesopotamia e in Egitto, civiltà i cui sistemi medici hanno profondamente plasmato la pratica greca e romana. Ciò che appare nuovo agli occhi moderni potrebbe semplicemente riflettere la continuità di una saggezza medica ereditata che si è tramandata attraverso le culture nel corso dei secoli.
