Siamo sempre meno empatici e sempre più egoisti

In una società così evoluta tecnologicamente, ci si potrebbe aspettare che lo sia anche umanamente parlando. Tuttavia si nota sempre di più una sorta di menefreghismo verso il prossimo, per poi immancabilmente lamentarsi che le persone che ci circondano sono ormai tutte stronze, egoiste e incuranti di cosa proviamo.

La verità è che siamo continuamente bombardati, proprio grazie alla tecnologia, e in specifico i social, da messaggi che ci incitano a raggiungere certi obiettivi: che alzano l’asticella sempre più in alto e che ci spingono a raggiungerli sempre più in fretta (vedi i vari guru del marketing che ci spingono a cambiare la nostra vita mostrandoci soldi, macchine e posti lussuosi). Avere fisici perfetti, avere molti soldi, potere, possedere sempre e comunque belle cose, ma mai che si vedano messaggi che incitino a essere belle persone e i conseguenti vantaggi nel circondarsi di persone valide ed instaurare buoni legami. “Avere” è quindi diventato il sinonimo di “essere”, di conseguenza le persone contano meno delle cose che si possiedono. Si finisce poi di circondarsi di persone che ci ruotano attorno perché ci invidiano, ci fanno comodo, condividono i posti da frequentare, ma se si va a guardare effettivamente questi rapporti, si scopre che appena avviene qualche problematica da parte di uno del gruppo, sempre più raramente gli altri sanno mettersi nei suoi panni e capire la sua situazione o rinunciare a qualcosa pur di condividere assieme il tempo e\o aiutare la persona a risolvere i suoi problemi: è più facile che venga direttamente esclusa. L’esempio classico: si esce tutti assieme, ma non appena uno ha difficoltà economiche, piuttosto che riorganizzarsi per aiutare questa persona o fare cose meno dispendiose pur di passare il tempo assieme, è più facile che la persona in questione non venga più chiamata.

I rapporti sembra che contino qualcosa finché un problema non fa sì che si debba dimostrarlo, ed è lì che la verità viene a galla.

Non importa a scapito di chi e di cosa, ma vogliamo tutti sempre di più raggiungere solo degli obiettivi piuttosto che vivere le situazioni. Ovviamente è legittimo perseguire uno scopo, ma quando viene fatto prevaricando gli altri o a scapito di altri assume tutt’altra valenza. Così ci scordiamo di mettere le emozioni nelle cose che facciamo e soprattutto verso le persone intorno a noi. Ci si mette un po’ a capirlo fin tanto che si è immersi nelle solite routine quotidiane. E specialmente quando anche i tuoi amici puntano solo ed esclusivamente a tali obiettivi, alla fine ti accorgi che con alcuni si esce assieme solo perché si fa qualcosa piuttosto che per il piacere di farlo assieme. Capita però che casualmente conosci un amico un po’ fuori dai soliti giri, che apprezza ancora parlare, ridere e scherzare solo per il piacere di farlo con te; e così capisci che era quella la differenza che non riuscivi a vedere perché, immerso in un mare di zombi senza emozioni.

Questa mancanza di emotività si è persa soprattutto quando si tratta di riconoscere le emozioni altrui e lo stato emotivo di chi abbiamo di fronte per muoverci di conseguenza: si preferisce far finta che non esistano, ci si volta dall’altra parte, oppure non ci si fa proprio caso.

Può sembrare un’impressione, ma questa mancanza d’empatia si è ridotta nel corso degli anni con il crescente aumento di valori sempre più materialistici ed un vecchio studio americano (pubblicato sulla Personality and Social Psychology Review) ha dimostrato che tra il 1979 e il 2009, l’empatia si è ridotta ben del 48%. Altre statistiche (secondo uno studio della American Sociological Review) indicano invece che nel 1985 le persone avevano circa 3 amici considerati più stretti, mentre nel 2004 la media si è abbassata a 2. Se invece si guardano i numeri di chi sostiene di non averne proprio di amici stretti, le cifre triplicano per lo stesso periodo. Mentre superati i 40 anni, si evince che sempre di più una persona su tre è sola secondo uno studio di AARP.

Ma cos’è questa empatia? E perché è importante?

Per definizione è la capacità di percepire le emozioni altrui e sapersi mettere nei panni degli altri. Così quando non sappiamo capire se la persona che abbiamo di fronte non sta bene, stiamo ignorando un messaggio importante per le relazioni. Quindi si viene meno ad un aspetto importante per garantire la solidità e la sincerità dei rapporti sociali. Ci si basa sempre di più sulle sole parole per determinare cosa vuole dirci l’altro, tuttavia questo rappresenta solo un aspetto razionale che spesso e volentieri non coincide con le reali sensazioni che la persona prova. Ignorando questo, non facciamo altro che alimentare una visione distorta dei rapporti e i fraintendimenti.

Un ruolo importante nel manifestare empatia a livello neuronale, lo giocano sicuramente i cosiddetti neuroni specchio (scoperti nel 1992 dal neuroscienziato italiano Giacomo Rizzolatti): una particolare tipologia di neuroni localizzati nella aree cerebrali adibite al movimento che si attivano non solo quando si compie un qualsiasi gesto, bensì anche quando si osserva qualcuno farlo. Ecco perché sono importanti per l’empatia, poiché ci permettono di metterci nei panni degli altri anche solo osservandolo.

Allora viene da chiederci: perché non tutti manifestiamo empatia?

Secondo Rizzolatti tali neuroni non sempre si attiverebbero, infatti aspetti razionali e/o culturali potrebbero bloccarne l’attivazione, specialmente se non ci si riconosce nell’altro. Questo spiegherebbe perché è più facile empatizzare con chi è più simile a noi o con chi abbiamo rapporti più stretti come amici e/o parenti anche se non avviene necessariamente.

L’empatia non ha però un solo aspetto, possiamo infatti distinguerne 3 tipologie: quella cognitiva, emotiva e compassionevole.

  1. L’empatia cognitiva ci permette di comprendere lo stato d’animo dell’altro, di metterci nei suoi panni, ma senza necessariamente provare le sue stesse emozioni. È lo stesso tipo di empatia manifestata da politivi, venditori, pubblicità, ecc… Ossia: capisco come stai, ma non lo provo;
  2. L’empatia emotiva invece è di grado superiore e permette quindi, oltre a metterci nella prospettiva altrui e capirla, anche di provarne le stesse emozioni: è un vero e proprio rispecchiamento che si riflette anche a livello neuronale;
  3. L’empatia compassionevole riesce però ad andare oltre, non ci si limita agli effetti delle due precedenti, bensì si è anche in grado di capire come aiutare l’altro, di provare compassione e quindi di agire in suo aiuto.

Tuttavia l’incapacità di provare empatia può anche avere cause patologiche, e non è solo legata al contesto e alle influenze in cui si vive, come ad esempio in alcuni disturbi di personalità quali: psicopatia, disturbo antisociale, narcisismo o il disturbo borderline. Senza considerare i disturbi legati allo sviluppo come ad esempio l’autismo.

Gli esempi peggiori sono però quelli quotidiani, soprattutto quando sono volontari o senza rendersi conto della loro gravità. Mi è capitato infatti, guardando la televisione, in uno dei tanti talk-show politici, di assistere ad uno scenario, il quale appare perfettamente azzeccato come testimone della mancanza di empatia. Il presentatore e l’ospite in studio sono in collegamento con l’inviato che sta per intervistare un ragazzo costretto a dormire al freddo poiché rimasto senza casa. L’intervistatore chiede cosa gli fosse successo, cominciano così le discussioni politiche con l’ospite in studio. Dopodiché l’intervistatore congeda il povero ragazzo con un “buona serata” e si conclude il collegamento. Qui siamo si fronte ad un palese esempio di mancanza d’empatia. Sicuramente le possibilità economiche del conduttore e dell’ospite erano di gran lunga superiori alla media di un cittadino normale. Quindi lo sforzo per dare un aiuto, anche solo per una notte, a quel ragazzo sarebbero stati minimi. Tuttavia, come se niente fosse, il collegamento è stato chiuso senza minimamente pensare a quello che sarebbe potuto succedere dopo. Il giorno seguente avrebbero potuto trovare il ragazzo morto assiderato, ma l’indifferenza ha fatto da padrona.

Esempi ancora più drammatici sono stati invece quegli episodi avvenuti al Sud d’Italia, dove una persona viene uccisa da un colpo di pistola, il corpo giace a terra, e i passanti in modo totalmente distaccato camminano a fianco del cadavere, mentre alcuni addirittura lo scavalcano come fosse un oggetto.

Se è vero che l’empatia si sta concentrando sempre di più verso chi conosciamo meglio, e quindi verso gruppi ristretti di persone (ma non sempre). Paradossalmente potremmo benissimo immaginarci il nostro migliore amico in un ipotetico universo parallelo in cui non ci fossimo mai conosciuti, passarci davanti come se niente fosse mentre noi ci troviamo vittime di una qualunque ingiuria davanti ai suoi occhi. Tutto questo per far capire come l’essere fuori dalla cerchia di chi si conosce può determinare tutt’altro esito in una situazione diversa. Mentre se lo spettro empatico fosse più ampio, magari anche il nostro migliore amico dell’universo parallelo ci avrebbe comunque aiutato pur non conoscendoci.

Nonostante tutto, esiste anche l’opposto, ossia l’eccesso di empatia che può risultare oltremodo problematico, ma questa volta per il soggetto che la prova. Chi prova troppa empatia verso l’altro tende ad assorbirne tutte le emozioni fino ad ignorare le sue e a sentirsi in colpa per quelle degli altri. Il rischio, oltre a quello di non essere in qualche modo non più empatico con se stesso, è anche quello di diventare dipendente dell’altro e nei casi peggiori vittime di manipolatori e/o narcisisti. In più, si danneggia se stessi per il continuo accumulo di dolore che porta, non solo ad essere iperprotettivi, ma anche stanchi e arrabbiati poiché non si è ricambiati allo stesso modo.

È un po’ come dare tutti i tuoi averi ad uno che non ha niente, ma subito dopo tu saresti il bisognoso. Sarebbe quindi più utile dare il tuo supporto senza perdere te stesso, ancora meglio se ognuno facesse la sua parte. Così facendo, il bisognoso potrebbe migliorare la sua situazione senza che ognuno di quelli che l’hanno aiutato abbiano perso la propria identità.

Come fare quindi a gestire una eccessiva empatia e vivere all’interno di un contesto poco empatico?

Nel primo caso è opportuno, se possibile, distanziarsi dalle situazioni e/o persone che ci sommergono troppo di emozioni, o per lo meno limitarle nella misura in cui siano sostenibili. Bisogna cercare di razionalizzare e capire cosa ci schiaccia in modo da saperlo gestire meglio. Un’altra cosa importante è cercare di cambiare la prospettiva delle cose in modo da comprendere meglio lo stato d’animo: da dove viene e perché, ma anche vederlo come distaccato da noi stessi. Bisogna altresì definire dei confini emozionali entro i quali sappiamo che possiamo gestire tali emozioni. È importante inoltre, prendere del tempo per se stessi per coltivare le proprie di emozioni e così capire come valorizzarle.

Se invece siamo circondati da persone poco empatiche, possiamo comunque provare ad esserlo con chi ci relazioniamo e provare a vedere se la nostra influenza possa cambiare le cose. Ovviamente dando il giusto peso alle persone che abbiamo di fronte, per evitare di rischiare di esserne manipolati, ma è comunque importante cercare di manifestare interesse verso l’altro: ascoltando, ma anche chiedendo come si sente, evitando però di usare lo stato d’animo altrui per far diventare protagoniste le nostre emozioni, altrimenti si ottiene l’effetto contrario.

Se non possiamo rendere il mondo più empatico, possiamo però provare ad esserlo noi con chi lo è meno e vedere se questa nostra influenza positiva riesce a tirare fuori qualcosa di sepolto, ma positivo negli altri, sempre che non si abbia davanti un contenitore vuoto.

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