Un’occasione per riflettere su come gestire la società di oggi per i prossimi anni

Dall’inizio di questo 2020 siamo stati pian piano catapultati in una sorta di universo parallelo che solitamente siamo abituati a leggere nei libri o a vedere nei film. Non sono nuove le storie che parlano di virus che contagiano pian piano il mondo fino agli esiti più catastrofici (vedi “Resident Evil”, “Io sono leggenda”, “L’esercito delle 12 scimmie”), ma la fantasia sembra pian piano superare realtà: i livelli sempre più restrittivi ci hanno persino dato un assaggio di come potrebbe essere un mondo sotto dittatura, seppur per una buona causa e temporaneamente.

Il coronavirus partito dalla Cina, dapprima ci ha fatto credere di essere immuni, come tutte le volte che vediamo accadere cose lontano da noi (vedi la fame nel mondo), ma ben presto ci siamo resi conto che il mondo è tutto sullo stesso piano.

Questa pandemia ci ha però anche riportato ad uno sguardo verso un passato che ricorda le grandi epidemie come la peste, la Spagnola, l’influenza asiatica, fino alle più recenti SARS e suina, per le quali ognuno può inevitabilmente esserne vittima.

Se però le più recenti epidemie non ci avevano coinvolto così tanto da stravolgere la nostra vita, il paragone va subito a quelle più antiche come la peste, poiché danno l’idea di essere di fronte a qualcosa di difficilmente affrontabile, dove la quarantena sembra essere l’unica risposta ad una malattia incurabile. Purtroppo però non applicabile per tutti, per via dell’esigenza di categorie lavorative essenziali.

I problemi sono quindi sostanzialmente due: quello sanitario e quello economico. Due pesi che purtroppo fanno parte di una stessa bilancia che se pende da una parte rischia di creare danni dall’altra e viceversa.

Si accendono quindi subito le polemiche sul come sopravvivere, su come avere soldi, ma anche come non contagiarsi nel portare avanti quelle attività essenziali. Da una parte la paura ha ridotto da sé i consumi, poiché la gente frequenta meno certi luoghi, dall’altra la chiusura forzata provoca la voglia di evadere con la conseguenza di creare ulteriori danni, mentre fare la spesa provoca razzia nei supermercati. Ci troviamo così in uno scenario che probabilmente ci ha affacciato sul futuro, un futuro che avremmo visto da qui a 10 anni grosso modo, dove il lavoro si riduce, le persone rimangono nelle aziende dove il personale è essenziale mentre per il resto è tutto ad opera della tecnologia. Laddove è stato possibile infatti, molte aziende tra cui anche le scuole hanno optato per strumenti telematici per proseguire la loro attività, in uno uno scenario a cui avremmo già da tempo dovuto prepararci, all’insegna di un nuovo modo di concepire il lavoro e la società.

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Nel corso dei secoli la società ha subito diverse evoluzioni: oggi siamo in mezzo ad una nuova evoluzione, ma molti non se ne rendono conto. Paradossalmente ci troviamo a vivere in una società che diviene sempre più simile a quella greca dove i cittadini non lavoravano, ma si occupavano della gestione della città, mentre il lavoro era delegato agli schiavi, quegli schiavi che oggi sono i precari, ma che ben presto saranno rimpiazzati dalla tecnologia.

Il lavoro non era quindi visto in modo positivo, ma come qualcosa di negativo da delegare ad altri per potersi dedicare a cose più elevate. Il concetto cambia però quando si passa da una società prettamente agricola a quella industriale (tra il 600 e 700), dove anche per mezzo del marxismo l’uomo inizia ad identificarsi col proprio lavoro.

Si passa quindi da una società agricola durata circa 7000 anni, ad una industriale durata 200, caratterizzata dalla produzione in serie, dal lavoro operaio, dall’utilizzo di macchine meccaniche ed elettromeccaniche. Un periodo dominato da figure come quella di Taylor, il quale sosteneva la divisione del lavoro, e da quella di Ford che invece ideò la catena di montaggio.

A quel tempo si credeva di avere a disposizione risorse illimitate e si puntava ad un’idea di crescita che poteva essere infinita. Tutte queste cose condussero al consumismo che è cresciuto a dismisura giungendo fino ad oggi nella sua massima espressione. A ciò si unirono gli effetti della globalizzazione, della scolarità maggiormente diffusa e l’avvento dei mass-media.

Dopo il 900 si passa alla società post-industriale e i prodotti fatti da macchine crescono inglobando anche quelli immateriali come: servizi, informazioni, valori, estetica, ecc… La produzione immateriale diventa centrale, in uno scenario in cui l’economia è più importante della politica; la finanzia più importante dell’economia e le agenzie di rating contano più della finanza. La politica segue quindi gli indici (come ad esempio lo spread) invece di guardare oltre e vedere i reali bisogni.

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La tecnologia si evolve e alle macchine meccaniche ed elettromeccaniche si affiancano quelle digitali, e grazie queste ultime cambiano anche i concetti di tempo e spazio che diventano globali dove tutto avviene subito e in cui le distanze si accorciano.

Ma da qui a 10 anni cosa cambierà?

  • Sicuramente ci sarà un aumento demografico (circa 8 miliardi di persone);
  • La longevità crescerà;
  • Le donne avranno ruoli sempre più centrali;
  • Le tecnologia avanzerà in modo sempre più esponenziale (come suggerisce anche la legge di Moore);
  • La genetica avrà un ruolo sempre più centrale nella riduzione delle malattie;
  • I lavori intellettuali verranno sempre più delegati alle I.A.;
  • con le nanotecnologie ci sarà sempre di più la fusione fra tecnologia e uomo;
  • Molte più cose saranno costruibili autonomamente (grazie ad esempio alle stampanti 3D).

L’aspetto telematico sarà sempre più centrale in diversi ambiti: lavoro, apprendimento, relazioni, divertimento, ecc…

L’Intelligenza Artificiale diventerà molto più intelligente dell’uomo e sarà in grado di risolvere problemi incomprensibili all’essere umano. Essa inoltre aiuterà figure come medici ed avvocati a dare risposte molto più velocemente di un essere umano.

Aumenteranno le attività di ordine intellettuale e quelle creative. In più:

  • Si ridurrà sempre di più la privacy;
  • Sarà impossibile rivendicare qualcosa poiché tutto sarà tracciato;
  • Sarà difficile anche dimenticare poiché ci sarà sempre una prova tangibile di ciò che si è fatto;
  • Anche perdersi sarà difficile così come già lo è ora;
  • Annoiarsi sarà più difficile date le numerose risorse;
  • Così come isolarsi completamente poiché si sarà rintracciabili tramite diversi mezzi;
  • Sarà infine sempre più difficile tradire, sempre per l’enormità di dati disponibili sulle nostre attività.

Le ipotesi sull’idea di futuro che ci aspetta sono quindi 2: da una parte l’idea neoliberista portata avanti dalla maggior parte dei politici per la quale i nuovi posti di lavoro si creeranno in concomitanza di quelli perduti, mentre dall’altra parte, l’idea sostenuta dai sociologi per la quale i posti persi non verranno sostituiti.

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Fino ad oggi le vecchie ideologie non hanno saputo risolvere appieno i bisogni della società in quanto: il comunismo distribuisce ricchezza senza produrla, mentre il capitalismo la produce senza saperla distribuire, concentrandola sempre di più nelle mani di pochi.

La vicenda del coronavirus ci ha quindi spinto molto più velocemente verso la realtà delle suddette previsioni. Se ci fossimo preparati prima a questo scenario, oggi saremmo stati sicuramente più pronti e meno in difficoltà, così come lo saremo in futuro se già oggi ci muovessimo in tal senso a capire quali sono le esigenze fondamentali.

Finita la quarantena ci accorgeremo di quanti posti di lavoro si ridurranno perché da una parte si dovrà risparmiare per contenere le perdite subite, dall’altra, perché ci si accorgerà molto prima del previsto dell’inutilità di alcuni lavori, mentre di altri ci si affretterà ad automatizzarli.

Come potevamo quindi essere già preparati?

Se lo smart-working che oggi poche aziende stanno adottando come ripiego per far lavorare da casa i propri dipendenti costretti alla quarantena fosse già stato da tempo una realtà, molte più attività saprebbero gestire la pandemia con molte meno criticità.

Allo stesso modo, se già oggi ci fosse stato un sostegno economico come un reddito di base garantito o reddito universale, tutte le persone che sono: disoccupate, a casa dal lavoro per colpa del virus, lavoratori autonomi con le attività chiuse per le misure restrittive; avrebbero avuto i soldi per sostenere i propri bisogni primari senza vivere la quarantena con paura perché senza stipendio non possono neanche fare la spesa.

Il concetto di lavoro che ci portiamo dietro e che si è modificato a partire dal Cristianesimo, in cui per meritare il paradiso bisogna soffrire, si applica al lavoro con un perfetto parallelismo, dove per meritarsi lo stipendio bisogna solo spaccarsi la schiena, e ciò va totalmente riconcepito.

Il lavoro non deve più essere il mezzo per ottenere i beni primari, ma al massimo deve essere retribuito al fine di ottenere beni secondari, e questa quarantena dovrebbe far riflettere sopratutto su questo punto prima di trovarci ancora più spiazzati nei prossimi anni.

Fonte De Masi D., Lavoro 2025: il futuro dell’occupazione (e della disoccupazione), Marsilio, 2017